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Giacomo Leopardi

A Giacomo Leopardi non piaceva la minestra al punto che, in un giorno di maggio del 1815, infilò, sotto il piatto della “signora madre”, una scherzosa lettera con la sentenza:
” ora sei tu, minestra, dei versi miei l’oggetto/ e dirti abominevole, mi apporta gran diletto…”
La contessa non gradì il controelogio della pietanza, scritto tanto per ridere. Si alzò; da tavola e uscì.
Del grande recanatese ci è giunto un elenco di 49 piatti, raccomandati al personale di cucina del “paterno ostello”, piatti evidentemente graditi nell’alternanza dei giorni.

Ecco l’elenco dei desiderata. In pulita grafia, inclinata a destra, com’era solito fare, si susseguono, in ordine sparso, primi, contorni, secondi, dolci e ancora contorni, primi, dolci, pasticci, budini, frittelle.

Molti prodotti venivano dalle terre di proprietà sotto l’accorta amministrazione della sparagnina contessa Adelaide.

Eppure il Poeta, quando era lontano da casa, rimpiangeva la cucina recanatese anche per la vicinanza dei fratelli, con cui amava scherzare e divertirsi. Quand’era a Bologna scriveva al fratello Pierfrancesco:

 

“….Vi saluto e vi lascio, con le lacrime agli occhi, perché penso che quest’anno non proverò le cialde, che qui non si conoscono affatto….mangiate voi la vostra parte e anche la mia….”

Altro rimpianto è per la crescia, sia quella dolce, sia quella con pecorino e pepe che , però, esige più d’un boccale di vino.

Cercava, a carnevale, scrocca fusi e altre frittelle e dolci.
A Pasqua desiderava le uova toste che gli ricordavano i giochi della primavera.

Scriveva al “Carissimo Signor Padre” da Bologna nel febbraio 1826:

“ I fichi e l’olio sono applauditissimi e graditissimi….. E’ ben giusta la sua meraviglia che costà non si pensi punto a far commercio di formaggi con queste parti, dove non si fa formaggio se non pochissimo e cattivo…”

Leopardi si avvia in un discorso commerciale per vendere il pecorino nel bolognese, pecorino ricercatissimo, stimato più del “parmigiano”, il quale “ non ardisce di comparire in una tavola signorile, bensì vi comparisce una forma di formaggio della Marca, quando se ne può aver, che è cosa rara”.

Nella primavera dello stesso anno, in un’altra lettera al padre, dice che i “ salami sono sembrati preziosi e sono comparsi, con onore, in una delle più splendide tavole di Bologna”.

Erano i salami di fichi, le lonzette, fichi secchi macinati, impastati con la sapa e conditi con mandorle, pistacchi, cedri e , in alcuni case, cioccolata.

Il Poeta ricambiava come poteva e nel giugno del 1827 regalò al padre la ricetta del lattemiele, un dolce congelato e tenuto nelle neviere delle cantine.

Altra debolezza era concessa al formaggio, come abbiamo sentito, pecorino, naturalmente.

La madre inviò a Giacomo, “altre otto forme del nostro formaggio”.

Un insospettato senso commerciale si rileva in un’altra lettera indirizzata da Bologna a Recanati.

“E i nostri vini, che noi mandiamo solamente a Roma e in piccole quantità, mentre ne abbiamo tanta abbondanza, non si venderebbero qui nel Bolognese a preferenza di questi vini fatturati e pessimi della provincia, tutti ingrati al gusto e scomunica generalmente da tutti i medici?”.

 

Affatto tenero il Poeta quando si tratta di esaltare il prodotto di casa nei confronti del vino altrui. E aggiunge:

“ Certo non si fa per i possidenti di attendere al traffico: ma se nella nostra provincia ci fossero altri che vi attendessero, si arricchirebbero essi , e i possidenti avrebbero modo di vendere i loro generi a prezzi ‘convenienti’. Basta metter su una buona rete di vendita e l’affare è fatto…”

Il rapporto del grande Poeta con l’alimentazione diventa davvero condizionale per la buona salute specie nell’ultimo periodo, quello napoletano.

In una lettera da Catanzaro, datata 10 novembre 1836, Alessandro Poerio esorta l’amico Ranieri, nella cui casa ormai Leopardi viveva, al numero 2 di Vico Pero,

nella parte nord di Napoli, ad adottare ogni precauzione per evitare una scorretta alimentazione vista l’epidemia di colera che imperversava sulla città. “ Abbiti diligentissima cura di te e di Leopardi e cerca di divezzare il nostro Amico dal latte che, per confermata esperienza, suol essere dannoso”.

Leopardi ben conosceva il caffè di Vico Pinto alla Carità che serviva “ les glaces à la napolitaine” e squisiti tarallucci zuccherati che mandavano in visibilio il Poeta.

Vito, gelataio della gaudente società partenopea, teneva per se i segreti del gusto, con eccellenti risultati di cassa e non solo, tanto che ebbe anche un titolo nobiliare per “L’ arte onde barone è Vito”.

Giacomo conosceva anche altri manipolatori di sublimi leccornie come quelli del ‘Caffè Italia’ o ‘Delle due Sicilie’. La gloria sontuosa della Napoli settecentesca spendeva gli ultimi spiccioli della sua fascinosa vicenda.
Se “ciascuno è quello che mangia”, bisognerebbe scomodare uno psicologo per affrontare un’ulteriore immagine sui comportamenti poetici e filosofici del Poeta di Recanati.

Ma è già stato scritto tanto su di Lui. A noi basta leggere le pagine degli ‘Idilli’ o un brano qualsiasi dello Zibaldone o una lettera dell’epistolario per sentirlo vicino a noi perché ha raccontato la storia di tutti e di tutti, portavoce sincero.

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